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Archivio Giugno 2006

Banda larga ovunque in Piemonte

22 Giugno 2006 Commenti chiusi

aspettiamo con ansia l’azzeramento del digital divide..

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da “la Stampa” di oggi

http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=100&ID_articolo=44&ID_sezione=184&sezione=Banda+larga

Firmato un protocollo di intesa Regione Piemonte – Telecomitalia
Banda larga ovunque in Piemonte
900 comuni coperti entro il 2008

Regione Piemonte e Telecom Italia hanno
firmato un protocollo di intesa con l’obiettivo di avviare una serie di iniziative congiunte per favorire l’accesso alle nuove tecnologie digitali da parte di un numero sempre maggiore di cittadini, imprese e istituzioni locali.

L’intesa, siglata dalla presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, dall’assessore alla ricerca e innovazione Andrea Bairati e dal presidente di Telecom Italia Marco Tronchetti Provera prevede che Telecom nell’arco di tre anni estenda la copertura della rete a banda larga nella regione a oltre 900 Comuni raggiungendo il 96% delle linee telefoniche fisse.

Telecom Italia e Regione Piemonte collaboreranno inoltre per lo sviluppo di nuovi servizi di pubblica utilità di e-government basati sulle reti a banda larga in particolare nel settore sanitario e socio assistenziale, nei trasporti e nella logistica, nella sicurezza del territorio e nella formazione dei cittadini.

Fino al 2008 l’investimento della Regione Piemonte per l’operazione sarà pari a 15 milioni di euro e una cifra eguale verrà stanziata da Telecom.

Tra gli impegni contenuti nella intesa siglata Telecom Italia si impegna a dividere con la regione Piemonte il piano strategico di sviluppo triennale 2006-2008 e ampliare i servizi a banda larga a favore di cittadini, imprese e pubblica amministrazioni nelle aree marginali attualmente non coperte.

il museo Getty restituisce il maltolto…

20 Giugno 2006 Commenti chiusi

Hanno finalmente deciso di rendere 21 opere che erano state acquistate dal museo senza troppo badare alla provenienza più o meno lecita degli articoli acquisiti.

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http://www.latimes.com/news/local/la-me-getty20jun20,0,5522284.story?coll=la-home-headlines

Getty Is Prepared to Return 21 Disputed Antiquities to Italy
Museum trustees approved the deal, sources say, but negotiators in Rome haven’t offered it yet.
By Jason Felch, Tracy Wilkinson and Ralph Frammolino, Times Staff Writers
June 20, 2006

ROME ? The J. Paul Getty Trust is prepared to return as many as 21 contested antiquities to Italy, its most significant concession to date, to settle a long-standing dispute with Italian authorities over allegedly looted art, according to sources familiar with the strategy.

Getty negotiators could formally offer to return the objects, which include at least three masterpieces on display at the Getty Villa, as early as today in talks with Italian cultural officials, the sources said.
Negotiations between the Getty and the Italians resumed Monday, with both sides reporting progress and hope that a settlement could soon be reached.
Getty trustees authorized the offer last week after a presentation by museum director Michael Brand, the sources said. It includes a marble statue of two mythical griffins, a statue of Apollo and a 2,600-year-old cup made by the Greek artist Euphronios, all prominently displayed at the newly renovated Getty Villa in Pacific Palisades.
Trustees considered offering the Getty’s limestone and marble statue of the goddess Aphrodite, one of the most prized antiquities in the collection, but decided that they would need more evidence about the statue’s origins first.The talks began in January, when Italian Cultural Ministry officials presented evidence that 52 Getty objects were looted from Italy and trafficked by a convicted Italian dealer.
Getty board chairman John Biggs said Monday that an internal review of the legal status of the objects found “nothing that’s black and there is very little that is white?. It’s all shades of gray.”
He added, however: “Some of them are sufficiently dark gray that I don’t think there’s going to be a lot of discussions about them.”
After daylong meetings Monday in which the parties discussed five of the contested objects, Maurizio Fiorilli, the lead Italian negotiator, said the talks stood in sharp contrast to a previous meeting between the two sides.
In the previous talks, an “old spirit” of the museum’s sense of entitlement undermined serious negotiations. Monday, Fiorilli said, he found a “new spirit” of willingness, understanding and cooperation.
“There is a fundamental difference in today’s approach,” Fiorilli said. “You can see they are prepared … and there is greater awareness.”
A second round of more technical talks is scheduled for today, and several participants said a tentative agreement at the end of the day was possible.
But that could be optimistic.
The Times revealed on Sunday that an internal Getty review last year found that 350 objects had been acquired from dealers either convicted or implicated in the trafficking of looted antiquities. The number was far greater than publicly known and had not been disclosed to Italian authorities.
Italian Culture Minister Francesco Rutelli asked the Getty delegation Monday to produce a list of the newly identified objects, according to a source familiar with the talks.
The 350 are in addition to the 52 contested objects identified by Italy.
Getty officials replied that they did not have a copy of the review and needed more time to assess its accuracy. The Getty would not comment on that aspect of the negotiations, other than to confirm the issue had come up.Finding common ground on the initially contested 52 objects could also prove difficult.
Italian authorities have repeatedly insisted they will accept only the return of all 52 marble statues, vases and other pieces of ancient art that they contend were excavated and removed illegally from the country.

The Getty bought the objects for more than $48 million, and many are prominently displayed in the Getty Villa. Trust officials are hoping to limit the number of returned objects by offering other services to Italy, such as support from the Getty’s conservation, research and education efforts around the globe.

CONTINUE

Radar?

18 Giugno 2006 Commenti chiusi

come mi capita sempre di più negli ultimi tempi, scopro notizie sul sito di Grillo che altrimenti non compaiono in nessun altro media.
E la battaglia contro Tronchettto la porta avanti da un poco.
vediamo se fra 2 anni e uno fallimento disastroso, qualcuno si stupirà che tutto questo è passato inosservato ( vedi Parmalat )

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dal blog di Beppe Grillo di oggi

http://www.beppegrillo.it/

C’è un telegramma per te…

Allarme. Stop.
Un?azienda privata spia gli italiani da anni. Stop.
Può tenere sotto scacco chi vuole. Stop.
E? uno scandalo che vale dieci Tangentopoli. Stop.
Nessun ministro (sotto scacco?) ne parla. Stop.
Centro gestione di Padova di Telecom Italia. Stop.
Sistema chiamato Radar. Stop.
Tre miliardi e 332 milioni di informazioni riservate. Stop.
Cinque supercalcolatori collegati ad una centrale da 10 mila miliardi di byte. Stop.
Informazioni sui cittadini relative ad orario, numeri, posizione, dati anagrafici. Stop.
Procura di Milano avvia un?inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alla rivelazione di notizie riservate. Stop.
Il direttore della sicurezza di Telecom Italia, Giuliano Tavaroli ?group senior vice president? rassegna le dimissioni. Stop.
Il tronchetto dell?infelicità non sapeva niente. Stop.
Il tronchetto ha avviato un?inchiesta interna. Stop.
L?inchiesta è stata affidata a Armando Focaroli. Stop.
Il comitato per il controllo interno composto da Guido Ferrarini, Domenico De Sole, Marco Onado, Francesco Denozza è stato messo al corrente dei risultati. Stop.
E? stato trovato un buco interno nel sistema informatico. Stop.
La Telecom inoltrerà una denuncia alla Procura di Milano sulle intercettazioni illegali. Stop.
E? come se Totò Riina scoprisse dei mafiosi nella sua organizzazione interna ed avviasse un?inchiesta. Stop.
Sono stufo di essere preso per il c..o. Stop.
Sotto inchiesta va messo Tronchetti. Stop.
Perchè nessuno lo fa? Stop.
Perchè i giornali e le televisioni, tranne il gruppo L?Espresso, non ne parlano? Stop.
La risposta è dentro Radar? Stop.
Valore azione Telecom 2,153 euro. Stop.
Perdita da inizio anno -13%. Stop.
Tronchetti va fermato. Stop.

"politically correct" in Occidente, ma " incorrect" in Oriente

15 Giugno 2006 1 commento

effettivamente il loro “Think different” in questo caso non risulta per niente “different” da tutti gli altri colossi occidentali che cercano nel terzo mondo costi del lavoro bassissimi, indifferenti alla condizioni di lavoro.

e la frase finale dell’articolo
“… E? la globalizzazione, e nemmeno nel suo volto più turpe: ma se un operaio di Longhua volesse acquistare il più economico degli iPod che produce, dovrebbe lavorare quattro mesi, rinunciando ad ogni spesa. Perfino a nutrirsi..”
fa pensare.
come fa pensare il fatto che molte Aziende scoprano le malefatte che fanno e avviino un’indagine solo dopo che un giornalista ne fa un articolo.
viene da chiedersi come giustifichino uno stipendio i dirigenti che non se ne erano “acccorti” prima.

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http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=30&ID_articolo=642&tp=C

tratto da “La Stampa” di oggi

15 giugno 2006
IL GADGET CULTO FABBRICATO IN CINA IN CONDIZIONI DISUMANE. LA APPLE AVVIA UN?INCHIESTA INTERNA
Vita da incubo per produrre l?iPod
«Sempre in piedi, come nell?esercito»
di Bruno Ruffilli

«Designed by Apple in California, assembled in China», progettato da Apple in California, assemblato in Cina: è scritto dietro ognuno dei quasi cinquanta milioni di iPod venduti nel mondo. E se la prima metà della frase evoca campus bianchi e aria condizionata, prati rasati e ragazzi divisi fra surf e computer, l?altra metà è più inquietante. O almeno, lo sarebbe secondo il Mail On Sunday, che ha pubblicato un reportage di alcune pagine sulle fabbriche dove viene prodotto il gadget tecnologico più famoso di questo inizio millennio.

Sotto il titolo «iPod City» si legge, tra l?altro, che una delle fabbriche si trova a Longhua, non lontano da Hong Kong, ed è di proprietà della taiwanese Foxconn. Vi lavorerebbero circa duecentomila persone, ossia quattro volte la popolazione dell?intera Cupertino, la cittadina californiana dove Apple ha il suo quartier generale. Il numero appare esagerato, ma è da notare come i dipendenti della Foxconn ammontino a circa un milione, dal momento che l?azienda realizza anche componenti e prodotti finiti per altre ditte. Nel racconto del Mail On Sunday, tuttavia, ad impressionare sono le condizioni dei lavoratori: prevalentemente donne (sono più oneste, a sentire i responsabili), percepiscono un salario di circa 40 euro al mese per un orario che raggiunge le quindici ore al giorno. La fabbrica dove vengono prodotti gli iPod nano si sviluppa su cinque piani ed è protetta da sorveglianti che controllano chiunque entri o esca, per impedire episodi di spionaggio industriale. Alla fine della giornata, intorno alle 23.30, gli operai si ritirano in dormitori che possono ospitare fino a cento persone.

«Dobbiamo lavorare troppo e io sono sempre stanco», racconta al giornale inglese un addetto alla produzione di iPod. «È come essere nell?esercito. Ci fanno stare in piedi per ore. Se ci muoviamo, siamo puniti e ci fanno stare in piedi ancora più a lungo. Se ci viene ordinato, dobbiamo lavorare oltre il nostro orario, e possiamo tornare ai dormitori solo col permesso del capo».

Leggermente migliore la situazione nella fabbrica di Suzhou, presso Shangai, dove si assemblano iPod Shuffle. Qui i dormitori sono all?esterno della struttura, la giornata lavorativa dura dodici ore e la paga è doppia, ma gli operai versano all?azienda la metà del salario per il vitto e l?alloggio. Tengono per sé il minimo indispensabile, e destinano il resto alla famiglia (tipicamente contadini rimasti nelle campagne a lottare con la miseria).

Un iPod nano è composto di circa 400 componenti, di dimensioni minime, ed è importante contenere il costo della manodopera perché non incida significativamente sul prodotto finito; la pubblicità, ad esempio, pesa assai di più. Per questo Apple, come molti altri grandi dell?elettronica, produce in Cina: i salari sono bassissimi, inesistente la tutela sindacale, praticamente illimitata la disponibilità di forza lavoro.

Ma se le rivelazioni del Mail On Sunday fossero vere, il danno di immagine potrebbe essere serio. Anche perché la Mela è uno dei marchi più famosi al mondo, e ha costruito il suo successo su un motto – «Think different», pensa diversamente – che ha portato alla nascita di computer rivoluzionari come l?iMac, di un sistema operativo avanzatissimo, del più grande negozio di musica online. E appunto dell?iPod.

Così la replica non si è fatta attendere: «Apple – si legge in un comunicato diffuso ieri – si impegna a garantire che le condizioni di lavoro adottate dai nostri fornitori siano sicure, che i dipendenti siano trattati con rispetto e dignità, e che i processi produttivi si svolgano nella tutela dell’ambiente». L?azienda ha avviato un?indagine per accertare le reali condizioni di lavoro negli stabilimenti cinesi dove viene assemblato l?iPod, e – prosegue il comunicato – «non permetterà alcuna violazione degli accordi con i fornitori riguardo alle norme di condotta che sono consultabili sul proprio sito web». Le regole «condannano ogni forma di discriminazione, trattamenti non rispettosi della dignità e del decoro, lavoro forzato e minorile, orario giornaliero, salario e libertà sindacale».

E? la globalizzazione, e nemmeno nel suo volto più turpe: ma se un operaio di Longhua volesse acquistare il più economico degli iPod che produce, dovrebbe lavorare quattro mesi, rinunciando ad ogni spesa. Perfino a nutrirsi.

italia 2006 (?)

12 Giugno 2006 1 commento

no comment.

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http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/06_Giugno/12/calabria.shtml

Trovato su una spiaggia il corpo carbonizzato di Fedele Scarcella

Denunciava il racket: ucciso e bruciato

La vittima era impegnata da anni contro la criminalità in Calabria. Alla fine degli anni ?90 aveva fatto arrestare due pluripregiudicati

VIBO VALENTIA – Ucciso e poi dato alle fiamme. Il possidente terriero Fedele Scarcella, 71 anni, originario di Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria, ma residente a Briatico (Vibo Valentia) ha probabilmente pagato con la vita le sue denunce contro gli uomini della ?Ndrangheta. Il suo corpo è stato ritrovato dentro alla sua Punto parcheggiata davanti alla spiaggia di Punta Safò, a Briatico. Secondo i carabinieri, potrebbe essere stato assassinato da qualcuno che l?aveva seguito o con cui aveva un appuntamento. I militari hanno subito sospettato si trattasse di Scarcella perché l?auto bruciata apparteneva a lui.
ASSOCIAZIOZIONE ANTIRACKET – La vittima faceva parte dell?associazione antiracket “Sos Impresa” di Reggio Calabria. Secondo una nota di Confesercenti, era da anni in prima linea nella lotta contro il racket e l?estorsione in Calabria. Era proprietario di diversi terreni in Calabria, anche nella zona della piana di Gioia Tauro, e negli anni passati aveva subito furti e danneggiamenti. Alla fine degli anni ?90, l?uomo aveva denunciato e fatto arrestare due pluripregiudicati appartenenti alla cosca dei Piromalli-Molé. Per polizia e carabinieri si tratta con molta probabilità di un omicidio mafioso.

Toro in serie A, finalmente…

12 Giugno 2006 Commenti chiusi

ho letto questo articolo di M.Gramellini, comparso su “la Stampa” (web) di oggi, e mi è piaciuta molto la scelta di creare un link con il Grande Torino e l’idea di scrivere una lettera a capitan Valentino ( e gli altri lassù, con la radiolina) per informarli..

ho pensato avrebbe interessato molti leggerlo..

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http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=27&ID_articolo=212&ID_sezione=35&sezione=

12 giugno 2006

CI AVEVANO SPIEGATO CHE IL CALCIO DEL DUEMILA SI NUTRE DI MARCHI PUBBLICITARI, DIRITTI TELEVISIVI, ALLENAMENTI SCIENTIFICI E LUNGHISSIME PROGRAMMAZIONI. IL TORO CI HA DIMOSTRATO CHE NON È COSÌ
Capitan Valentino, puoi essere orgoglioso di noi

di Massimo Gramellini

CARO capitan Valentino,
ti scrivo come d’accordo per relazionarti sugli eventi straordinari di cui sono stato testimone oculare ieri sera, mentre tu, Meroni, Ferrini e una schiera di angeli granata lunga un secolo smanettavate sulla radiolina, dato che lassù la tv a pagamento non si prende, altrimenti che paradiso sarebbe. Ti scrivo anche perché non ho più voce, l’ho persa tutta alla fine del primo tempo quando Rosina ha calciato in rete il rigore più lento della storia e ogni rotolio del pallone era una figura di rock’n'roll che mi ballava nello stomaco.

Vengo subito al dunque. La traversata nel deserto è finita e il nostro Toro festeggerà il Centenario in serie A con la speranza legittima che si tratti di un trasloco definitivo. E’ stata una serata difficile da raccontare e impossibile da dimenticare. Fin dal primo istante il pubblico ha incendiato i garretti dei propri giocatori, accogliendoli con una coreografia maestosa di migliaia di vessilli granata e bianchi, mentre gli striscioni contenevano tutti lo stesso ordine: travolgeteli.

Il Toro ha provato subito a obbedire, ma il Mantova concedeva pochi spazi, incitato senza sosta da un manipolo di tifosi che il clima sfavorevole contribuiva a esaltare. De Biasi ha azzeccato la formazione, proponendo Rosina e Lazetic sulle ali per aggirare i giganti della difesa avversaria. Cairo ha sfidato la scaramanzia con un giro di campo trionfale prima dell’incontro e poi rinunciando alla solita poltroncina di tribuna per guardare la partita dalla panca come il suo omologo mantovano, fischiatissimo. Finalmente tre giocatori del Toro cadevano in area e Farina concedeva il rigore che Rosina ha trasformato al rallentatore. Mezza rimonta era fatta. Nella ripresa il Toro caricava sotto la Maratona in delirio e dopo un paio di mischie si materializzava il sogno: Rosina calciava un corner da maestro, Abbruscato saltava a vuoto, ma alle sue spalle spuntava il piedino benedetto di Muzzi. Quel che è successo dopo non lo so, perché qualcuno mi ha sollevato per le ascelle e un urlo spaventoso ma bello ha squarciato la notte del Toro. Ho visto la Maratona cadere in campo e ho capito che stavamo andando in serie A. Con le regole in uso nelle coppe, il 2 a 0 avrebbe chiuso la sfida in virtù dei due gol segnati a Mantova. Invece ci è toccato sperimentare per il secondo anno di fila il regolamento dei playoff: altri 30 minuti di sofferenza. Il tempo, che prima del raddoppio correva come un ghepardo, ha cominciato a passeggiare peggio di una tartaruga. Finché il terzino Nicola è saltato in mezzo all’area del Mantova e ha schiacciato un pallone che i guanti dell’ottimo Brivio non sono riusciti a trattenere. E lì, capitano, siamo esplosi un po’ tutti, a cominciare dal mio vicino Camolese, l’allenatore dell’ultima promozione, che stringeva i pugni verso il cielo come se fosse in panchina. Sembrava finita, ma naturalmente non lo era: Fantini si è fatto espellere, poi Melara è planato su un mantovano regalandogli il terzo rigore in quatto giorni. Ma il 3 a 1 ci bastava. E, dopo altri oceani di angoscia, ci è bastato.

Ti saresti emozionato, capitano, nel vedere sugli spalti i figli e i nipoti della tua gente, stretti come un pugno intorno all’utopia di una rimonta avventurosa. Sessantamila voci che vibravano all’unisono nell’eterno grido di battaglia, «To-ro» «To-ro», sessantamila storie che si erano date appuntamento per l’ultima volta in uno stadio mai amato per ricordare innanzitutto a se stesse di rappresentare qualcosa che nel calcio d’oggi e di Moggi sembrava non potesse esistere più: una comunità.

Nessuno più di te sa che la storia del Toro disdegna i battiti regolari del cuore e oscilla di continuo fra favola e incubo. Ebbene, l’incubo dell’estate scorsa ha partorito la favola più bella. Quella di una tifoseria, di una società e di una squadra sopravvissute alla morte e nuovamente alleate in un blocco compatto, che lanciano una sfida impossibile alle regole della modernità, uscendone vittoriose. Ci avevano spiegato che il calcio del Duemila si nutre di marchi pubblicitari, diritti televisivi, allenamenti scientifici e lunghissime programmazioni. Ma il Toro che ieri sera si è affacciato dal sottopassaggio per la battaglia finale è cresciuto a partire da un gruppetto di calciatori che si ritrovò alla fine di agosto senza avere in comune neppure il colore della tuta, con un acquedotto municipale per sponsor, la preparazione estiva saltata e un futuro dipinto di buio. Quando all’inizio di settembre arrivarono Cairo e De Biasi, dovettero rimpolpare la rosa in dieci giorni e mandarla subito in campo per la prima partita di campionato contro l’Albinoleffe. Da allora è stata una rincorsa continua alla normalità: mai raggiunta del tutto, per fortuna. Dopo ogni luogo comune abbattuto, il Toro scopriva di essere più temprato, più forte e soprattutto meno solo. Intorno a lui stava tornando a crescere l’affetto torrido del suo popolo, finalmente libero di esprimere il proprio attaccamento al simbolo del cuore senza la foresta di pregiudizi cresciuta in un quindicennio di presidenze orripilanti.

Quel popolo si era già radunato per le strade di Torino tre anni prima, nel giorno della retrocessione più umiliante, che per molti gufi e alcuni pupari avrebbe dovuto rappresentare il preludio all’estinzione. La marcia dell’orgoglio fu il suo modo di gridare ai padroni del vapore che i tifosi del Toro non si sarebbero mai uniformati a un sistema che voleva cancellare le identità e ridurre il grande calcio a una parata milionaria di pochi club. La comunità dei Tremendisti tornò a incontrarsi allo stadio il giugno scorso, in occasione dello spareggio contro il Perugia, credendo fosse quello buono per tornare in serie A, salvo scoprire durante un’estate da horror che era servito a evitare la C. Quella sera il cuore di ogni granata era ancora spaccato in due: soffriva per la bandiera, ma disprezzava la dirigenza. Andare allo stadio per tifare la squadra di Cimminelli richiese comunque più stomaco che coraggio: il Toro aveva vinto la prima partita, in fondo si trattava di una festa annunciata. E’ vero che dai tempi del pareggio-scudetto contro il Cesena, noi le feste annunciate abbiamo un talento speciale nel provare a rovinarcele e non ci smentimmo neanche quella volta. Ma credimi, capitano, per uscire di casa ieri sera occorreva una dose supplementare di incoscienza. Ciascuno di noi, nello scendere le scale del proprio appartamento con una sfilza di gesti scaramantici raddoppiata nella circostanza, sapeva molto bene che esistevano alte probabilità di risalirle qualche ora dopo con l’umore sotto i talloni e la prospettiva di un’altra estate alla finestra, affacciati sulle disgrazie altrui. Però le abbiamo scese lo stesso, quelle scale. Perché erano l’unico sentiero possibile per arrampicarsi fino al paradiso. E poi tu sai quanto siamo viziati, in fatto di emozioni. Ci piace vivere in rimonta. Prendi il tuo Toro: vinse cento e cento partite, ma quando mio padre me ne voleva raccontare una, era sempre di un certo Torino-Lazio che mi parlava, con i biancazzurri avanti di tre gol, tu che finalmente ti scocci, arrotoli le maniche granata fino ai gomiti e gridi «Alé!», la tromba che suona la carica, la folla che romba «To-ro To-ro» e non ce n’è più per nessuno: una due tre quattro reti in un quarto d’ora, quasi come nel derby ribaltato in tre minuti, o in quello nobilitato dagli scavi di Maspero.

Capitan Valentino, dopo tanto tempo puoi di nuovo andare orgoglioso di noi. E, per favore, dì a mio padre che la smetta di fare finta che non sia successo niente, tanto lo so che sulle guance gli è spuntato l’arcobaleno. Prenda esempio dallo zio, che starà già sventolando il suo bandierone granata in faccia a qualche sparuto cherubino in pigiama. A proposito: lo sapete che il Toro morto e risorto potrebbe ritrovarsi unica squadra di Torino in serie A? Ma questa è un’altra storia, te la racconto la prossima volta…

Te la do io la "3"…

10 Giugno 2006 Commenti chiusi

incredibile , ennesimo inciucio ..
questa volta per quel che riguarda le vendite dei programmi della Rai alla Tre..
ma
e non vogliamo parlare del fatto che alla Rai si sono fatti scippare anche le partite del mondiale di calcio?
ora dobbiamo essere cablati col satellite per vedere le partite di una manifestazione sportiva che già di suo si finanzia con le sponsorizzazioni, nonostante l’azienda di stato si faccia finanziare dal canone e dalla pubblicità.

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tratto da http://www.beppegrillo.it/ di oggi

Te la do io la “3″

La Gabanelli ha realizzato per Report un servizio (video, testo) sulla società di videofonini ?3?, celebre per aver avuto come testimonial il prescritto Andreotti. Dopo aver visto la puntata, secondo la ?3?, 18.000 persone hanno disdetto l?abbonamento e 35.000 persone hanno rinunciato a diventare clienti. Invece di confutare, di discutere, di spiegare i temi trattati nella trasmissione, la ?3? ha chiesto un risarcimento alla Rai, e quindi agli italiani visto che la Rai è pubblica. Il risarcimento è di 137,5 milioni di euro.

Il servizio di Report sulla ?3? riguardava il ritardo della sua quotazione in borsa e i suoi servizi a contenuto erotico.
La Rai non si è fatta per nulla intimidire e ha sottoscritto un contratto con la ?3? per la distribuzione su videofonino della sua programmazione. Tra un porno autoprodotto e l?altro potremmo vedere ?I fratelli Karamazov?, ?I Promessi Sposi?, ?La Piovra? e, ma questo non posso accettarlo, anche ?Te la do io l?America? e ?Te lo do io il Brasile?.
No! Tra tette e culi di casalinghe frustrate io non ci voglio finire e ho deciso di fare causa alla Rai per il doppio della ?3?.

I gemelli GentiloniRutelli dormono?
La Rai ha venduto tutta, dico tutta, la programmazione delle tre reti rai disponibile on line per otto miserabili milioni di euro all’anno a una società che le fa causa?
Otto milioni per una programmazione che vale centinaia di milioni di euro e che si può vendere sul mercato internazionale?
Vorrei sapere il nome di chi ha deciso questo esproprio fatto ai nostri danni di trasmissioni pagate con il nostro canone.
Vorrei sapere chi ha fatto il prezzo.
Vorrei sapere tutti i retroscena.
Vorrei sapere se c?è un magistrato che vuole interessarsene.
Le trasmissioni della Rai sono dei cittadini italiani, non si svendono e soprattutto non si mescolano al porno fai da te.

"Getta la pompa" (made in Usa)

8 Giugno 2006 Commenti chiusi

troverete qui la pagina che promuove l’iniziativa

http://www.publictransportation.org/contact/stories/default.asp

al grido di DUMP THE PUMP ( “Getta la pompa” organizzato x l’8 di giugno 2006) anche gli Americani tentano di reagire all’aumento vertiginoso dei prezzi del combustibile per autotrazione boicottando i benzinai e consigliando di favorire l’uso dei mezzi pubblici.
( da loro il prezzo del petrolio, sempre comunque di molto inferiore a quello applicato qui in Europa e specialmente in Italia, è RADDOPPIATO dal 2003 ad oggi…)
chissà che sul lungo termine non si rendano conto anche loro che si debba puntare su prodotti alternativi, puliti e presenti in quantità tali da evitare di diventare di nuovo monopolio di una manata di squali disposti a tutto pur di mantenere e anzi aumentare i loro profitti a discapito di tutti gli abitanti del pianeta.

i cavalieri del lavoro….

3 Giugno 2006 1 commento

tratto dal blog di Beppe Grillo di oggi

http://www.beppegrillo.it/

assolutamente d’accordo..
diamolo al qualche pensionato che, nonostante abbia lavorato tutta la vita, si ritrova con 500 euro di pensione.
Non voglio più vedere vecchiette/i che per mangiare ravanano nell’immondizia che rimane dopo che il mercato rionale chiude.
Gli imprenditori, se davvero avessero una coscienza (sociale), dovrebbero indicare i lavoratori più meritevoli e bisognosi e non ritirare i premi.

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3 Giugno 2006
I cavalieri dell’Apocalisse

Ogni anno il primo giugno il presidente della Repubblica nomina 25 cavalieri del lavoro. Gente che ha sviluppato, creato aziende. Persone che ce l?hanno messa tutta per riuscire nella vita e per fare il bene della Nazione.
Per diventare cavalieri del lavoro non è necessario lavorare, ma è indispensabile essersi arricchiti. I luminosi esempi dei cavalieri Attila-Romiti e dello psiconano con stalliere sono davanti agli occhi di tutti. Veri stakhanovisti del loro conto in banca.
Quest?anno Napolitano su accorta proposta dei dipendenti ministri Bersani e De Castro ha nominato tra gli altri Passera (Banca Intesa), Caltagirone (Messaggero) e Monorchio (Fiat). Operai, agricoltori ed impiegati con 35/40 anni di lavoro alle spalle e la pensione che arriva se arriva non sono stati proposti. Manager grassi di stock option e dai risultati dubbi, imprenditori indebitati, capitani d?azienda con i soldi dello Stato, sono lì, in prima linea, cavalieri al galoppo.

Questi sono i cavalieri del lavoro,
sbudella-operaio o vuoi scassa?integrato
è il loro nomignoletto più vezzoso.
Vantan corone quante se ne sogna
e sono fuori dal civico decoro.
Occhio di serpe, gamba d?avvoltoio,
denti di lupo, baffi di spinoso!
Questi sono i cavalieri del lavoro
e ciascuno è più ricco di un cencioso
e ai politici grattano la rogna.
Ecco i vostri cavalieri del lavoro
che sogliono far becco ogni azionista
son sempre i primi e non chiedono riposo
ma conti in banca e un salotto buono
dove tramare con i pari loro.

L?anno prossimo Napolitano premi i precari, i CoCoCo, i CoCoPro, i dipendenti a 1000 euro al mese, per loro sarebbe sufficiente una medaglia semplice, una menzione. E lasci i cavalieri nelle stalle.