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Archivio Ottobre 2005

Leonard Kleinrock, il papà di Internet

30 Ottobre 2005 Commenti chiusi

http://www.lastampa.it/redazione/news_high_tech/archivio/0510/kleinrock.asp

interessantissimo articolo da La Stampa di oggi

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“Nella cooperazione e nel controllo il futuro della Rete”
Intervista esclusiva a Leonard Kleinrock, il papà
di Internet

28 ottobre 2005

di Luca Castelli

Se in questo momento state navigando su Internet e leggendo questo articolo, una buona parte del merito va a Leonard Kleinrock. Un nome che forse non vi dirà molto, probabilmente meno che quelli di Bill Gates e Steve Jobs. Eppure sono state proprio le intuizioni di questo ingegnere americano a fornire – nei primi anni Sessanta – la base per l’infrastruttura della futura Internet. Già nel 1964, sul libro “Communication Nets”, Kleinrock teorizzò le possibilità di una rete “a commutazione di pacchetto”, dove un messaggio tra due computer non doveva necessariamente passare attraverso un canale dedicato (come avviene invece nella modalità “a circuito”, tipica per esempio della telefonia fissa) ma poteva essere frammentato in diversi “pacchetti” e spedito seguendo canali e tempi diversi. E’ partendo da queste idee che gli sviluppatori sostenuti dall’agenzia Arpanet costruirono i primi arcaici sistemi di trasmissione dati. Ed è dal computer dello stesso Kleinrock, all’Ucla di Los Angeles, che nel 1969 salpò il primo messaggio in assoluto della storia di Internet, destinato a un computer dell’Istituto di Ricerca di Stanford (un semplice “lo”, le prime due lettere della parola “login”, poi il sistema collassò e si dovette ripetere l’esperimento). Nato a New York il 13 giugno 1934 e ancora oggi iperattivo nel campo della ricerca sulle telecomunicazioni, Leonard Kleinrock ha ricevuto giovedì mattina dal Politecnico di Torino la laurea specialistica ad honorem in Ingegneria Telematica. Noi lo abbiamo incontrato e intervistato subito dopo la cerimonia.

Professor Kleinrock, qual è la più grande sfida a cui è chiamata l’Internet del futuro?
E’ qualcosa che non avevamo previsto nelle fasi iniziali del suo sviluppo: l’insieme dei “malicious attacks”, le azioni negative come lo spam, i virus, il furto d’identità, la pornografia, la pedofilia. Se parliamo di tecnologia, Internet non ha grossi problemi: abbiamo costruito il network in modo tale che permetta sempre di implementare nuove applicazioni, tecnologie o servizi. Il problema è che in questo modo abbiamo creato una Rete talmente aperta da rendere la vita molto facile anche ai malintenzionati. E’ il lato oscuro del Web, qualcosa che non avevamo mai preso in considerazione. Per trent’anni, io e i miei colleghi abbiamo lavorato in un ambiente di completa fiducia reciproca: tutto è sempre stato condiviso, accessibile a chiunque, slegato da discorsi commerciali. Devo confessare che se potessi ritornare indietro, mi comporterei esattamente nello stesso modo. Perché se avessimo adottato un atteggiamento diverso, non avremmo potuto assistere alla crescita che il network ha avuto in questi anni. Oggi, però, bisogna confrontarsi con questo “lato oscuro”, soprattutto rafforzando il controllo di autenticazione di tutto ciò che passa in Rete: dai contenuti agli stessi utenti.

Non potrebbe ricrearsi un clima di fiducia simile a quello che si respirava nei vostri laboratori? La natura “sociale” del Web 2.0 (con i blog, il p2p, il social networking) e idee collettive come Wikipedia sembrano voler cercare la risposta dei problemi di Internet in una specie di cooperazione per l’autocontrollo, in cui sono gli utenti stessi a difendere la salute della Rete.
Wikipedia è un progetto brillante. All’inizio, erano in molti a pensare che non avrebbe mai potuto funzionare e invece ha raggiunto dei risultati straordinari. Quando si è trattato di lavorare al nuovo protocollo IP v6, noi stessi abbiamo seguito un percorso simile a quello di Wikipedia. La cooperazione distribuita però non è un metodo infallibile. Pensiamo a quello che fanno le aziende commerciali per finire in testa ai risultati dei motori di ricerca: riempiono le proprie pagine di parole chiave, in modo da apparire per prime. Qualcosa del genere potrebbe accadere in Wikipedia, dove qualcuno potrebbe cercare di valorizzare sé stesso e i propri interessi contro quelli degli altri. Il problema rimane complesso. Anche se Wikipedia in effetti rappresenta molto bene quello spirito collettivo con cui nacque l’intera rete Internet. Quando bisogna indicare i padri del network, spesso si indicano quattro nomi, tra cui il mio. In realtà, Internet è nata e si è sviluppata grazie al contributo appassionato di molte più persone.

Un altro tema caldo relativo al Web e alle nuove tecnologie è quello della privacy. Quali sono le sue opinioni al proposito?
Assieme ai “malicious attacks”, la privacy rimane il vero punto caldo di Internet. E’ abbastanza evidente che lo sviluppo di un network sempre più efficiente e ramificato ha compromesso pesantemente la privacy delle persone. Però, al tempo stesso, ne ha aumentato la sicurezza. E’ una sorta di accordo, per cui si può decidere di rinunciare a un po’ della propria intimità per ottenere un maggiore livello di sicurezza. Però non dobbiamo aspettarci una definizione della questione nel giro di poco tempo. Sarà un processo lento, che andrà valutato passo per passo.

Da qui alla questione politica, il salto è breve. Nelle scorse settimane abbiamo assistito a un dibattito piuttosto acceso su chi debba essere il principale referente e “controllore” di Internet: gli Stati Uniti o le Nazioni Unite?
Il problema del governo di Internet non è diverso da quello della gestione delle acque internazionali o di qualsiasi altro bene che interessa più paesi. Gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo fondamentale nella nascita della Rete – praticamente l’hanno creata – e per questo ancora oggi mantengono un controllo molto severo di alcuni suoi settori chiave, per esempio l’ICANN (l’associazione che gestisce gli indirizzi Web). Il sistema attuale non è del tutto negativo, ma è chiaro che dovrà muoversi verso una maggior partecipazione internazionale. Per fare ciò, però, non basterà riunire i leader tecnologici dei vari paesi, ma bisognerà coinvolgere direttamente i capi politici. Il prossimo World Summit sulla Società dell’Informazione di Tunisi potrebbe dare delle risposte interessanti, ma solo se ci sarà la collaborazione politica di tutti i paesi, Cina compresa.

Passa da Pechino la nuova frontiera del Web?
Un fatto è certo. Oggi la “lingua franca” di Internet è ancora di gran lunga l’inglese. Ma il cinese avanza continuamente e non è difficile immaginare una Rete futura in cui conviveranno quasi alla pari diversi idiomi. Per quanto riguarda la Cina, il guaio è che in quel paese si stanno anche innalzando delle barriere molto rigide su cosa può essere fatto circolare su Internet, cosa può entrare e cosa può uscire. E a questo discorso collaborano anche grandi società occidentali, come Yahoo. Come si è già visto, situazioni del genere non rappresentano solo una minaccia per lo sviluppo del network, ma anche per il rispetto universale dei diritti civili.

Adesso in quali progetti è impegnato?
Essenzialmente sono tre. Innanzitutto, mi sto occupando di “nomadic computing”, cioè la ricerca di un sistema che rafforzi l’intelligenza del network in modo tale da permettere a chiunque di lavorare online sempre nelle medesime condizioni, da qualunque posto e in qualunque modo si connetta. L’idea è quella di fare in modo che la nostra identità, il nostro profilo, le nostre caratteristiche ci seguano ovunque. Il secondo progetto riguarda il mondo del peer-to-peer, in particolare la gestione dei contenuti meno popolari. Se io ho una piccola memoria dove mantengo dei dati poco richiesti, per questi sarà molto difficile circolare nel network. Alcuni ottimi ricercatori stanno lavorando a un sistema che superi la questione se un file è popolare o no. Se è archiviato su un computer, allora dovrà essere disponibile per tutti con la stessa facilità di uno più popolare, a prescindere dal numero di copie presenti nel network. Infine, c’è lo sviluppo di agenti intelligenti: macchine a cui si dirà quale obiettivo devono raggiungere ma non si spiegherà come farlo. Saranno strutturate in modo da riuscire ad arrivarci senza bisogno di istruzioni. E qui si entra in un discorso molto complesso, che coinvolge la capacità di comprendere quando una macchina sta raggiungendo un obiettivo o no. Molti anni fa, uno sviluppatore stava insegnando a un computer a giocare a dama. Un giorno sbagliò la scelta di un codice e praticamente chiese alla macchina di perdere la partita. Quando iniziò a giocare, non si accorse di alcun cambiamento. Il computer giocava sempre allo stesso modo, non sembrava affatto che volesse perdere. In realtà, seguiva un meccanismo molto semplice: per essere sicuro di perdere, doveva prima assicurarsi il controllo dell’incontro. E così fu. Il computer giocò perfettamente fino a quando non arrivò a individuare la mossa giusta per perdere: la fece e crollò di colpo. La morale di questo aneddoto è che è molto difficile capire come “ragionano” le macchine. Noi potremmo assegnare il controllo dell’economia di un paese a un computer e non accorgerci fino all’ultimo momento se sta agendo nel modo desiderato o no.

«Inchiesta Mediaset, scoperto il tesoro»

26 Ottobre 2005 Commenti chiusi

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/10_Ottobre/26/mediaset.shtml

quanto ci metterà parlare di complotto?

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Ghedini: Berlusconi vittima di manovre a sua insaputa
«Inchiesta Mediaset, scoperto il tesoro»
Diritti tv, la Svizzera sequestra i conti di quello che per i pm è «socio occulto» del premier. La difesa: soldi miei e leciti

MILANO – Oltre 140 milioni di franchi svizzeri. Non più solo scie afferrate a ritroso dalle carte d?indagine, ma stavolta moneta tintinnante. Il «tesoro» dell?inchiesta Mediaset (sulla compravendita dalle majors Usa di diritti cine-tv da parte di Fininvest/Mediaset nel 1988-1999) adesso c?è. Non alle esotiche Bahamas o nell?impenetrabile Hong Kong, ma ad appena 15 chilometri dal confine tra Svizzera e Italia, nel paesino di Manno vicino a Lugano.

In cinque conti correnti. Localizzati dalle rogatorie presso la locale agenzia dell?Ubs. E che, aperti da anni, a tutt?oggi custodiscono l?equivalente di quasi 100 milioni di euro (circa 200 miliardi di lire). E? il più grande sequestro di denaro mai eseguito all?estero per un?indagine italiana, denaro che formalmente giace su conti (personali o delle società offshore Wiltshire Trading e Harmony Gold) del 75enne produttore cinematografico californiano di origine egiziana Farouk «Frank» Agrama. E adesso si tratta «solo» di capire (ma il nodo è proprio qui) se il «tesoro» appartenga ad Agrama in quanto «socio occulto» di Silvio Berlusconi, come ipotizza la Procura di Milano che di entrambi in marzo ha chiesto il processo per appropriazione indebita di almeno 170 milioni di dollari, «pompati» (secondo l?accusa) dalle casse del Biscione a forza di ricarichi nelle fittizie compravendite di diritti tv intermediate da Agrama; oppure se il «tesoro» appartenga come patrimonio personale ad Agrama in quanto artefice di una colossale «cresta» ai danni proprio delle casse del Biscione, ma in questo caso con la necessaria complicità di alti dirigenti Fininvest/Mediaset e con il rischio collaterale di fare di Agrama un maxievasore agli occhi del poco indulgente fisco americano.

«O il reato c?è per tutti e due o non c?è per nessuno», riassume pragmatico l?avvocato italiano di Agrama, il professor Astolfo Di Amato, il cui eufemismo quantifica «non irrilevante» l?entità del sequestro disposto dalla Procura federale elvetica «su richiesta – spiega – della Procura di Milano». Sulle prime, la circostanza produce un equivoco con il già noto sequestro, il 3 ottobre, di 7 conti svizzeri (dai pittoreschi nomi di «Trattino», «Teleologico», «Litoraneo», «Sorsio», «Clock», «Leonardo» e «Pache/Pace») sui quali dal 2000 al 2002 risultano affluiti soldi frutto delle appropriazioni indebite contestate dai pm milanesi ad Agrama «in concorso con persone da identificare all?interno del gruppo Mediaset»: blocco meno ingente e di iniziativa svizzera in una indagine per riciclaggio.

Quest?altro sequestro è invece «successivo» ed è chiesto dall?Italia alla Svizzera, come aiuta a chiarire l?avvocato di Agrama prima di richiamarsi alla riservatezza cara a Berna. Ma almeno una prima risposta, la difesa di Agrama già la offre: i soldi congelati? «Sono disponibilità personali, sue e di sue società: Agrama “socio occulto” di Berlusconi? L?accusa lo presenta quasi fosse un fantoccio, ma non è così: siamo tranquilli, quello che Agrama ha guadagnato se l?è messo in tasca». Incuriosisce, tuttavia, che questa montagna di soldi, in cerca d?autore e di padrone, sia scovata in un angolo italosvizzero dove in passato strutture Fininvest hanno avuto trascorsi già alle cronache giudiziarie, mentre Agrama non risulta aver mai avuto in Svizzera alcun interesse economico ma solo a Los Angeles e Hong Kong: «Il fatto che queste disponibilità di Agrama non fossero pubbliche non toglie che Agrama sia un imprenditore importante che svolge attività da lungo tempo e in modo proficuo», replica Di Amato, «i guadagni legittimamente conseguiti non sono illeciti».

«Un nuovo sequestro? Lo ignoro», commenta l?avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, che 7 giorni fa, nel ribadirne l?estraneità, aveva aggiunto un «casomai»: «Agrama non è mai stato socio di Berlusconi, né mai gli ha retrocesso denaro. Casomai, se fosse vero l?assunto accusatorio nei confronti di Agrama, proprio Fininvest, Mediaset e Berlusconi sarebbero i danneggiati da manovre finanziarie a loro totale insaputa».
Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it

Calipari, il rapporto italiano: spararono per uccidere

26 Ottobre 2005 Commenti chiusi

com’è che dice il nano di arcore?
che siamo “amici” con gli americani..
bell’amicizia!!

da La Stampa di oggi

RINNEGA QUELLO USA
Calipari, il rapporto italiano: spararono per uccidere

ROMA. Il 4 marzo gli americani hanno sparato per uccidere. E il primo colpo è partito per centrare l?obiettivo, la Toyota Corolla, quando si trovava a 130 metri di distanza, altro che a 40 metri dal posto di blocco, come si sono difesi gli americani nella loro relazione amministrativa. Nicola Calipari è morto da eroe, mentre tentava di proteggere con il proprio corpo Giuliana Sgrena, la giornalista de «il manifesto» appena liberata dal dirigente del Sismi. E il proiettile che lo ha ucciso è lo stesso che ha ferito la giornalista. Si sono accaniti gli americani contro l?«obiettivo» italiano: Mario Lozano, tiratore scelto, ha continuato a sparare con la sua mitraglietta calibro 7,62 x 51, anche quando l?auto era ferma. E? la verità che emerge dalla perizia dei consulenti nominati dalla procura di Roma. L?auto viaggiava a 65 chilometri orari quando viene colpita la prima volta – scrivono i periti – e in rapida successione altre sei volte. In quei due, tre secondi nei quali la mitraglietta apre il fuoco, la Toyota si arresta.

Inghilterra: tre sorelle per un figlio

26 Ottobre 2005 Commenti chiusi

famiglie unite, per davvero..

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/10_Ottobre/25/sorelle.shtml

La loro storia riportata in un documentario della Bbc
Inghilterra: tre sorelle per un figlio
Sterile per un tumore, la gemella le dona un ovulo fecondato con lo sperma del marito della prima e impiantato nell’utero della terza

LONDRA – Un figlio in comune tra tre sorelle. L’incredibile storia è stata raccontata in un documentario della Bbc che sarà trasmesso lunedì 31 ottobre alle ore 21 e rappresenta un caso unico in Gran Bretagna.

DOPO UNA CHEMIOTERAPIA – Alex, un’inglese 32enne di Woolwich (a sud-est di Londra), divenne sterile quattro anni fa dopo una chemioterapia per un tumore al collo dell’utero. «Ero più dispiaciuta per questa menomazione che per il cancro in sé», ha dichiarato Alex alla rete televisiva britannica. «Io e mio marito Shaun volevamo una famiglia, ma non potevamo più farlo». A questo punto è intervenuta la gemella di Alex, Charlotte, che si è offerta di donarle un proprio ovulo. L’ovulo è stato fecondato con lo sperma di Shaun, 39 anni, marito di Alex. E qui entra in scena la terza sorella: Helen, 35 anni, che si offre per farsi impiantare l’ovulo fecondato nel proprio utero e portare avanti la gravidanza.

È NATO CHARLIE – Secondo i ginecologi le possibilità che l’ovulo impiantato in Helen potesse veramente attecchire erano solo del 25%, ma il tentativo ha avuto successo ed Helen è rimasta subito incinta al primo colpo. Sedici settimane fa è nato un bambino sano di 3,8 chili al quale è stato dato il nome di Charlie e poi subito dato alla prima sorella Alex. Helen ha confidato che in effetti il bambino che ha portato nel ventre le mancherà, ma si è detta pronta a rifarlo se la sorella volesse un secondo figlio. Alex all’inizio era un po’ inquieta di questa nascita a tre, pensando che «il bambino non l’avrebbe amata», ma poi si è ricreduta. Charlotte, infine, si è detta contenta di aver donato l’ovulo alla gemella: «Ho già dei bambini, non ho più bisogno dei miei ovuli. E Charlie è l’essere più vicino a me che si possa essere». «Le mie sorelle sono angeli, sarò sempre grata a loro», ha detto Alex.
26 ottobre 2005

funky way Yankee sees Mafiosi

4 Ottobre 2005 Commenti chiusi

http://www.askmen.com/money/mafioso_100/124c_mafia.html

Mr. Mafioso answers your e-mail

Editor’s note: This reader’s e-mail has not been edited and is presented as is.
Mr. Mafioso,

I am a huge fan of gangster films, and I believe in the way of life and advice that you give. However, in my social realm, my “friends” don’t really hold me in high regard. I’m made fun of, in a joking way, but it still pisses me off. Alot of the time we all get along and have fun, but when it’s time to gang up on someone, it is always me. I want it to end. How can I do this?

Respectfully,
Derek

Listen Derek,

I make sure that no one uses me for their own amusement. I let people know the size of their leash. Why should you be any different?

What you have here is a serious lack of respect. Even as a young punk, I would know better than to kid or tease somebody with weight even if I knew he was a good sport. Obviously no one thinks you’re heavy.

You haven’t set the tone right from day one, and now you are trying to change people’s ingrained impressions of you. Good luck.

Want some practical advice? Tell somebody that teases you to screw off, push him around and hey, maybe even punch him in the face if you have to. Even if they beat the crap out of you in return, I guarantee they’ll think twice about saying something to you. You’ve sent a message that you are asking for respect. That’s the key here, so make a bold declaration.

I hate violence, but if someone is a cafone , only a good shot to the head will knock some sense into them.

Talking will do you no good. Unfortunately that’s the way the street works in situations like these.

Stata Buon,
Mr. Mafioso